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ORATORIO  FRANCESCANO

 

La composizione nasce in un periodo di cambiamento radicale nella mia vita che coincide con l’abbandono della musica rock col suo stile di vita “lussuosamente allegro”. All’epoca non avevo ancora un nuovo orientamento. Le conquiste fatte dalla musica contemporanea mi erano decisamente lontane e tutto ciò che era “classico” mi ricordava fastidiosamente il conservatorio. Con queste premesse mi imbattei nel patrimonio ideologico di Francesco d’Assisi e con un tale entusiasmo che per un lungo periodo cercai di vivere nel modo più concreto possibile come un suo successore nelle valli e tra i monti del Ticino.

E “senza seminare” il mondo mi sostenne davvero!

Questa felice esperienza si inserì istintivamente nella mia musica: essa non ha né una struttura musicale continua né è concepita sotto il segno di uno stile. Il denominatore è solo la mia volontà di allora e quindi l’intenzione di vivere la lode e di trasformarla in musica e propriamente nel senso di Egideo, uno dei primi compagni di viaggio di San Francesco, che disse: “Nessuno pronunci il nome di Francesco, senza sentirne una certa dolcezza”. Alla base della mia composizione ci sono tre testi fondamentali: Il Cantico delle Creature, il Salutatio Virtutum e la Preghiera a San Damiano, come pure, nella tradizione francescana, una personale interpretazione del Padre Nostro. 


Dopo venticinque anni torno a occuparmi nuovamente dell’Oratorio. Non è affatto mia intenzione quella di migliorarlo, in quanto oggi non ho più quella intensità di sentimento che allora mi legava a San Francesco e che trova espressione nella forza della composizione stessa. Credo tuttavia che l’esperienza acquisita fino a adesso, come anche l’ampliamento dell’orchestra con i fiati, già presenti nella prima bozza, possano completare l’opera.  Durante questa rielaborazione sono stato attento però a non intaccare o perdere quella semplicità, che si presenta anche musicalmente come ingenuità positiva e che in ultima analisi costituisce proprio la lode, la laude e dunque la realtà dell’opera stessa. Semplicità e “bellezza” sono già nel testo del Cantico: esse sono i suoi tratti distintivi. Salta subito agli occhi che solo “bello“ viene ripetuto in tre versi differenti e „prezioso“ in altri due. San Francesco riconosce tutta la grandezza del Creato, lo splendore Divino nella bellezza insita in ogni creatura. Questo in contrasto col modo di vedere di allora. In una serie innumerevole di esempi però emerge che egli aveva un punto di vista totalmente diverso da quello della chiesa ufficiale e quando l’ordine che lui stesso aveva fondato rifiuta sempre più i suoi principi, lui si pone addirittura contro di esso. Dopo la sua morte, un ulteriore allontanamento dalle regole originarie porterà addirittura alla divisione dell’ ordine.

 

San Francesco non aveva una formazione accademica come Sant’Agostino o Tommaso d’Aquino. Né tanto meno filosofica o teologica. Per questo ritengo un gravissimo errore l’idea di ricercare su di lui nella tradizione Agostiniana. Mi sembra piuttosto che egli rappresenti l’esatto opposto di questi e quindi della teologia ufficiale di allora.

La sua esperienza del resto ha origine da metodi conoscitivi totalmente diversi da quelli di Agostino. Semmai vedo una concordanza proprio con Tommaso d’Aquino, poiché anche lui è dell’avviso che l’azione di Dio viene mediata dalla Natura, che esse stanno in relazione tra di loro sulla base della somiglianza che c’è tra creatura e creatore, e che l’essenza di Dio può essere compresa e ricomposta solo in parte da diversi fenomeni. Ed è proprio questo quello che San Francesco fa in modo semplice e convincente nel Cantico. Il Dio trascendente di Agostino, al di là del tempo e della vita terrena, mi sembra lontano dall’idea di San Francesco quanto la teoria della predestinazione che ne risulta, la quale crea un baratro tra il creatore e le creature. Il suo rivoluzionario apprezzamento della vita e di tutto ciò che è vivente, l’identificazione di Dio con le sue creature mi sembrano in evidente contrapposizione a ciò. Effettivamente più tardi l’ordine francescano fu l’avversario principale al consolidamento degli insegnamenti di Tommaso d’Aquino (e con questi di quelli di Aristotele) come dottrina cattolica ufficiale. Mi chiedo perché?

 

Quale figlio di un ricco commerciante Francesco aveva già riconosciuto chiaramente la miseria e i conflitti sociali che l’allora nascente commercio avrebbe arrecato agli uomini e alla natura. Come un vero, e non presunto, seguace di Cristo, egli vide la via, la risposta alternativa a ciò che stava per avvenire … e che poi è avvenuto!

Soltanto il Vangelo, la verità di Cristo era la misura e non la sua interpretazione, cioè la chiesa e la sua teologia. Per questo egli impegnò tutta la sua vita e non si limitò a predicare, né come intellettuale a redigere scritti, preghiere o poesie, ma diventò lui stesso probabilmente, l’unico vero Cristiano. Questo atteggiamento radicale e polemico portò nei confronti della Chiesa – con la quale del resto non è mai stato veramente in conflitto – a una riflessione morale e spiega l’enorme effetto e il successo immediato dell’Ordine. Sebbene Francesco abbia sempre rispettato il valore della chiesa e abbia sempre voluto che il suo ordine ne facesse parte, non c’è mai stata in lui l’intenzione di adattarsi, quanto piuttosto la volontà di assumere all’interno di essa un effetto riformante che la “completasse”. Questa speranza non era del tutto infondata: Papa Innocenzo III confermò sorprendentemente presto le prime regole dell’ordine e il vescovo di Ostia, il futuro Papa Gregorio IX gli era molto affezionato e amico. Su richiesta di Francesco egli divenne addirittura patrocinatore dell’ordine e fu lui a santificarlo già due anni dopo la sua morte. Se a questo si aggiunge il movimento dei domenicani che si stava sviluppando contemporaneamente ai francescani, allora si può parlare effettivamente della nascita di una memoria di Cristo, di una sua coscienza all’interno della Chiesa, che in quest’epoca è stata resa possibile dal pontificato estremamente ben risuscito di Gregorio IX. A proposito di questo conflitto evidente tra San Francesco e la Chiesa che consisteva (e consiste) nella comprensione del Cristianesimo, le sue stesse parole risultano estremamente interessanti: „Siamo stati inviati a sostegno del Clero affinché completiamo ciò che gli manca” e “se voi, (i frati minori) siete figli della pace, guadagnerete il popolo e il clero, ... completate perciò le loro (del clero) svariate mancanze “ (Tommaso di Celano).

 

CANTICO DELLE CREATURE

 

Francesco, il quale riconobbe chiaramente i segni del suo tempo e il loro effetto fin nel lontano futuro, mise in pratica in modo esistenziale la sua conoscenza nella sua vita. E questo mi pare un atteggiamento idealistico, romantico in quanto valuta allo stesso modo sentimento, intelletto e sensibilità. Per me era intuitivamente chiaro già allora durante la prima scrittura della composizione, che non si trattava solo di mettere in musica bei versi, quanto piuttosto di viverne il significato.

 

Il cantico si compone di temi e motivi. Mentre i primi sono espressione musicale dei versi, spetta agli ultimi lo scopo e il significato di Leitmotiv, cioè motivi conduttori. Essi rappresentano, come a un secondo livello, i rapporti  all’interno della composizione.

Questo è, nonostante ogni altro linguaggio musicale, un tipo di lavoro wagneriano-romantico, il quale, a mio modo di vedere, è sembrato giusto e adatto per un oratorio su San Francesco.

 

Verso I

La prima laude comprende tutta la creazione e tratta l’atteggiamento spirituale del santo. Vedremo nel corso del Cantico – e potrò motivare la mia convinzione – che egli non separa mai la Creazione dal suo Creatore. Dio non è architetto della sua opera e quindi distaccato da essa. Al contrario i due si identificano. Cioè il Creatore è anche creatura di se stesso ed è in essa contenuto. Ma se il Creatore stesso è contenuto nella sua enorme emanazione, egli deve essere, ovviamente onnipotente. Dio dunque non è il solenne Odino nell’Asgard, né il dominante Zeus dell’Olimpo o il vegliardo canuto che sta in cielo, ma è onnipotente perché Egli è nel tutto.

Musicalmente questo lo esprimo facendo precedere al motivo dell’onnipotenza (m.23) dell’organo i diversi motivi, eccetto quello della terra e del vento. L’effetto è naturalmente quello di un’ouverture, ma il senso è quello appena detto. Il primo motivo è quello del sole (m.5,6&10). Così facendo gli do una posizione di rilievo come San Francesco gli attribuisce. m.11,12: Beatitudine, m.13,14: motivo dell’acqua e del fuoco contemporaneamente, m.15: la luna, m.15-18: la morte, m.23 e seguente: il motivo dell’onnipotenza. 

 

Verso II

San Francesco attribuisce al sole un significato eccezionale, molto più importante di tutte le altre creature.  In alcune biografie il cantico viene intitolato anche Cantico del Sole e in una di esse si legge: „il sole è più bello di tutte le altre creature e si può meglio assimilare a Dio.“ Per questo ripeto tre volte con il coro “messor” e dopo che il sole e il suo motivo sono stati menzionati (m.24,25 & 100,101), segue: “lo qual é iorno et allumini noi per lui”. Il sole è giorno, portatore di luce e permette di riconoscere come in nessun altro luogo Lui, il Creatore, e questo proprio nella bellezza!: “ed ellu è bellu”.

Ancora una parola su „cum“ nella prima frase del verso II. È opinione diffusa che “cum” significhi qui tramite. Per i motivi sopra accennati sono della convinzione che significhi “con”.

Mi appare comprensibile che San Francesco renda lode a Dio soprattutto nel sole (Motivo della Beatitudine m.95,96), poiché nella sfera terrestre e nel nostro sistema solare ogni sviluppo ha origine da esso. La frase seguente nel verso approfondisce la mia tesi secondo la quale egli non separa la creazione dal suo creatore: „de te altissimu porta significatione”.

A questo do attenzione attraverso il motivo diatonico eptatonale del ‘raggio della creazione’ (m.47-59 & 89-91), il quale, da un punto di vista compositivo si sviluppa sistematicamente attraverso una realizzazione seriale che produce coesioni causali e forma matematica, proprio come il sole influisce casualmente sulla creatura. Il motivo del sole in m.100/101 appare come partorito, sputato quasi, da un diffuso accumularsi di nebbia cosmica (m.76-99).

 

Verso III

Il motivo della luna e della notte (m.1-8 & 19-22 & 39-45) è trasfigurato. Durante il canto il tema a esso appartenente (m.9-12 & 23-26) brilla come le stelle le quali si azzuffano durante le terzine in un girotondo ballabile (m.13-18 & 27/28). Da m.19 fino 21 compare in modo cancerizzante il motivo del ‘raggio della creazione’: contrariamente al sole e al giorno le stelle e la luna brillano di notte. Ma la notte non è soltanto il lato tranquillo e ovattato del giorno, ma anche il tempo delle feste, della danza, dell’amore. Per questo il tema ritmato di m.29-38.

Anche in questo verso ci sono diverse interpretazioni per la parola „per“. L’una è causale, cioè Dio viene lodato perchè ha creato la luna e le stelle. Tuttavia mi unisco al parere che qui „per“ abbia il significato di “attraverso“: attraverso la lode alla luna e alle stelle viene in esse lodato il signore.     

 

Verso IV

S.Fr. parla con gli uccelli, cioè deve dapprima imparare il loro linguaggio e stona pesantemente dal suo primo maestro (uccello-flauto). Abbandona addirittura il suo tentativo di canto, ma si avvicina gradualmente alla giusta intonazione. Quando coglie la nota si rallegra l’uccello (m.8) e gli altri, ai quali egli può finalmente rispondere si uniscono (m.9-16). In m.17/18 brontola un temporale da lontano. Gli uccelli riconoscono il pericolo, ma la ratio umana no: S.Fr. continua a cinguettare come se fosse niente e gli uccelli gli rispondono sempre meno ma sempre più impauriti. Il temporale si avvicina (m.24/25) e infine in m.27 attacca il motivo del vento. Dopo il tema del coro col motivo del tempo ripetuto tre volte, arriva il motivo della beatitudine in m.50-54 sul testo „le tue creature“.

 

Verso V

Io immagino l’acqua come molti corsi che scendono dai monti (m.1-13) per salire nuovamente dai mari e dai laghi completando il ciclo (m.14-17). Il verso si chiude col motivo dell’onnipotenza, poiché Dio, per la sua creatura organica, è nato in acqua (m.18-24).

 

Verso VI

San Francesco pone il fuoco in evidente relazione con il sole, poiché in questo passo ripete letteralmente dal secondo verso „et ello è bello” e „ennallumini”. In musica questo lo rendo con il motivo del sole (m.40/41& 53,Vcl) e con il motivo del ‘raggio della creazione’ (m.19-23 & 29-31). 

Mi è sempre sembrato strano che uno che vive in Umbria, dove in inverno fa freddo, non citi neanche una volta l’aspetto pratico del fuoco quale dispensatore di calore, ma che lo concepisca soprattutto “bello”. Questo rafforza la mia ipotesi che Francesco riconosce il creatore soprattutto nella bellezza delle Sue creature.

Il fuoco, proprio come il sole è un „illuminatore“ in senso diretto e indiretto. Con il salto di quarta (1.Sopr. in m.47), che concepisco come una scintilla, do espressione al primo aspetto. Al secondo aspetto da m.82-89. Infine sfocia come una conseguenza nel motivo della beatitudine (m.90-95). Come portatore di luce della notte appare anche il motivo della luna (m.65-69) e anche il tema delle feste e della danza (m.55-65). Altri motivi conduttori portano ulteriori idee in questo verso: per esempio il motivo dell’acqua che ritorna per due volte (1.Vl. m.32-37 e dominante in m.50-53). Qui faccio riferimento al battesimo: così come il fuoco ha un effetto purificante (il battesimo del fuoco) e rende possibile il passaggio in un nuovo stadio, anche il battesimo dell’acqua rappresenta una purificazione e un nuovo ingresso. Anche il motivo della morte appare in un passo (m.25-27 in SaxB & T.ne), perchè in molte culture, come anche nella nostra cremazione, i morti vengono bruciati. Il fuoco quindi viene messo in relazione con la morte. Poiché non sono particolarmente convinto io stesso di questa pratica, il motivo non risulta completo. A parte questo tutti gli altri temi, in particolar modo il tema divampante iniziale, terminano sempre col motivo del fuoco, che ha un carattere forte e deciso (“robustoso e forte”).

 

Verso VII

Una delle caratteristiche del cantico è che ogni creatura è concepita dal punto di vista dell’uomo e gli è relazionata, cosa che ha indotto alcuni esperti a definire il punto di vista di San Francesco come “antropocentrico”. Non sono di questo parere perché il concetto francescano é quello di fratellanza tra le creature e conseguentemente ogni creatura, in quanto emanazione divina, riceve il suo proprio valore esistenziale (raggio della creazione m.52-60): Essa è naturalmente relazionata all’uomo ma non in modo antropocentrico, bensì come “fratello“ e “sorella“, proprio come li definisce S.Fr. nel cantico.

Il numero quattro - e il corrispondente di quarta – è il numero dell’uomo. (PS: quando concepii l’oratorio non mi ero ancora occupato del simbolismo pitagorico dei numeri nè della musica antica greca). Il motivo effettivo è il movimento ascendente di quarte in m.61/62 e il „richiamo della terra“ (m.14/15) con la risposta della quinta „egiziana“ (m.16/17; si veda a tal proposito „Mensch, Musik und Kosmos“). Tutto il verso tende in maniera latente verso la quarta tramite i motivi del coro che finiscono sempre in quell’intervallo. (m.21-24 & 45-48). A questa interpretazione simbolica, mistica ho voluto contrapporre qualcosa di terrenamente genuino, che trovasse espressione in un tema popolare (m.1-12 & 28-32/37-41 & 63/64).

Inoltre la terra è una sfera finita, nella quale nascita e morte stanno vicine e il lasso temporale viene percepito in modo consapevole. Per questo il motivo della morte è simile al tema del coro e si ripete spesso (m.21,23,25,41,45,47). Per lo più durante o subito dopo il motivo della morte entra, come un monito, anche il motivo della pace (m.22,23,24,26, 46,48); con ciò intendo dire che nè per un uomo solamente razionale nè per un credente è comprensibile perchè vengano condotte guerre con lo scopo spietato della morte sicura. Poiché la sfera terrestre è una parte dell’universo, ritorna anche il motivo dell’onnipotenza (m.44/45) – da cui si leva il coro col tema della terra.

 

Verso VIII

Gli ultimi tre versi sono stati aggiunti da San Francesco solo più tardi, e cioè quando un medico gli comunicò la sua morte imminente. In effetti quest’ultima parte differisce dalla precedente sia per la struttura che per le tematiche. Essendoci tuttavia una forte relazione con quanto precede mi sembra che non esista una discrepanza contenutistica. La lode, al verso 8, di coloro che agiscono per amore di Dio, e che quindi fanno la volontà della creazione (motivo dell’onnipotenza m.23-30), stabilisce un indubbio contatto con i sette versi precedenti. Che questo amore o volere si esprima soprattutto nel rispetto e nel „sostegno della pace“, è certamente una questione centrale in San Francesco. Si pensi al viaggio in Siria o al saluto francescano „pace e bene“ (pax et bonum). Per questo intitolo la seconda parte del motivo della beatitudine anche motivo della pace. Comprendere questo amore divino e adempiere la sua volontà significa per lui illuminazione. Ecco perché contemporaneamente il motivo del sole e del raggio della creazione (m.37,38,39). Inoltre il sole produce anche l’arcobaleno, i cui colori sono il simbolo della pace.

Immediatamente prima compare in m.31-34 il tema che abbiamo al verso I sul testo „la gloria e l’honore“ e al verso IX „la morte secunda“. Contemporaneamente suona anche il motivo dell’acqua, che qui sta a significare “il battesimo in Cristo”. Questa serie di temi e motivi (m.31-39), simbolicamente come un’iniziazione, sfocia nel motivo della beatitudine (m.41-47) sul testo „sirano incoronati”.        

 

Verso IX   

Ho voluto che il motivo della morte e il tema che da esso si sviluppa fosse quanto più possibile sobrio, semplice ed emotivamente neutrale.  

La morte é! Non è né buona né cattiva, né triste né felice. Essa è tutto al più un tantino malinconica, perchè con essa scompare una bella certezza e comincia un incertezza che nasconde in sé anche  una certa paura. La morte è un dato di fatto.

(PS: il tema  pizzicato degli archi perciò non deve essere suonato in modo lento.)

Per un credente come Francesco l’incertezza della morte non è affatto inquietante. È tuttavia interessante il fatto che non accenni mai alla redenzione, nè che rivolga mai il pensiero al Paradiso. Solo in un passo: a coloro che adempiono la tua volontà la seconda morte (il giorno del Giudizio) non farà male. Egli non glorifica mai in nessun modo la morte, al contrario con le parole „nullu homo vivente po’ skappare” egli implica che il mondo, la vita, è bella e degna di essere vissuta appunto. Questo è contrario alla concezione di allora secondo cui Dio sarebbe buono mentre le creature no (ancora Lutero parla di „valle di lacrime“) e conferma di nuovo il suo atteggiamento terreno che diventa comprensibile attraverso il riconoscimento del divino proprio dal “terreno” di cui sopra. Ciò che resta è la speranza e la certezza che a colui che vive secondo „le santissime voluntati“ (vangelo), niente potrà accadere. È mio volere esprimere questa speranza perchè il tema di „a te solo, Altissimo, se konfano“ che compare nel verso I lo abbiamo di nuovo in questo verso in „ka la morte secunda no’l farrà male“, e subito dopo anche il motivo del sole.

 

Verso X

Di solito gli ultimi due righi vengono considerati appartenenti al nono verso. Tuttavia sono dell’opinione che essi all’interno del Cantico costituiscono un’unità a sé, poichè essi si distinguono dagli altri in un punto essenziale: Tutti i versi fino a adesso cominciano con “laudato sii” mentre qui improvvisamente giunge un invito, un’esortazione: “laudate” e successivamente “rengratiate” e “seviateli”. Può essere che San Francesco, conscio della sua morte imminente, già si escluda dal poter lodare insieme ai suoi compagni il signore, ma li vuole esortare a far questo anche in futuro. Oppure potrebbe darsi che per chiudere il Cantico egli abbia voluto attribuire al testo un epilogo al di fuori del suo tempo. – Come sempre per entrambe le ipotesi mi sembra evidente la frattura con i versi che precedono. In questo verso il motivo dell’onnipotenza è musicalmente dominante (m.76-84 & 94-97 & 104-106), interrotto dai motivi del ‘raggio della creazione’ (m.85-93) e della morte (m.99-101).

Il mio finale personale del Cantico col saluto francescano „pace e bene“, lo ritengo adatto e un bel gesto nei confronti di questo testo meraviglioso, il cui esistere con la profonda visione dell’essenza della creatura già da solo è un “vero miracolo”.

 

Se cerchiamo di ritornare al periodo e alle condizioni in cui furono scritti questi versi, allora emergono la loro semplicità e soprattutto la personalità unica di San Francesco:

-         Dal punto di vista della salute è decisamente malridotto: debole e praticamente cieco. Durante la composizione degli ultimi versi è consapevole del fatto che di lì a poco dovrà morire;

-         Le stimmate, che egli nasconde ai suoi compagni, gli causano tali dolori che è costretto ad andare a curarsi dalla sua amica Chiara “a cavallo di un asino”;

-         Nell’ordine, l’opera della sua vita, sorgono nuove tendenze con le quali non è in accordo; anzi, la situazione si aggrava in modo drammatico al punto che si profila una frattura.

A questa situazione senza speranza, disperata, quale reazione ci si può aspettare da un uomo timorato di Dio e con le stimmate, e cioè già „segnato“ dall’aldilà? Probabilmente che preghi Dio che lo prenda con Sé liberandolo dalle sofferenze? O forse che la situazione precaria lo distolga? Niente di tutto questo! Francesco compone una delle più belle lodi della storia della letteratura e della religione. Egli rende lode a cose delle quali non è più partecipe (quante stelle può vedere un cieco?), santifica questa vita (terrena) che gli causa solo dolore e sofferenza e nella quale egli non ha un futuro. Ma la sua lode è di una tale bellezza che io la definisco appunto essa stessa una vera „meraviglia“.

 

 

PREGHIERE

 

Attraverso i testi di San Francesco nella seconda parte dell’oratorio, viene approfondita la mia idea che la sua concezione della vita e del mondo concorda qualitativamente con il successivo pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino.

Questo si vede nella Preghiera a San Damiano per esempio. Nel primo verso prega: “illumina le tenebre del cuore mio”. Nominando l’oscurità, le tenebre, al plurale si dà risalto essenzialmente all’aspetto intellettuale. Però, e questo è secondo me tipico di lui, esso deve radicarsi nel cuore. Mi piace naturalmente l’idea di trasporre il sapere nel cuore, nel sentimento, ma mi sembra che qui si tratti di qualcosa in più. Il sapere che non si trasforma in azione è un sapere morto. E soltanto il cuore può trasformare la conoscenza in azione.

Nel secondo verso il parallelo con Tommaso d’Aquino è confermato dalla delimitazione della fede da parte del sapere: „dammi una fede retta”. La preghiera per una fede giusta o salda implica da un lato che se ne potrebbe avere anche una falsa o magari solo debole. Dall’altro lato implica che la fede non è una virtù, prodotta per così dire dall’uomo, ma a lui viene data. Nel Salutatio Virtutum, come vedremo, egli non cita mai la fede.

In fine la terza e ultima preghiera: “dammi senno e discernimento per compiere la tua volontà”. Se dunque la fede è piuttosto passiva, un regalo che si può solo ricevere, la conoscenza del volere divino è piuttosto un’attiva capacità intellettiva.

Ed è questo quello che Tommaso d’Aquino tenta con le cinque prove di Dio attraverso la ragione. Allo stesso tempo questa frase è un rifiuto evidente della teoria agostiniana della predeterminazione. Perciò è e rimane un mistero per me come proprio l’ordine francescano si sia contrapposto così fortemente alla teologia di Tommaso (forse perché ha origine dall’ordine domenicano?)

 

Emerge sempre chiaramente dalle due „vite” di Tommaso di Celano quale posizione di spicco avesse la Preghiera del Signore per San Francesco. Credo di aver sentito o letto da qualche parte che il santo esortasse i suoi fratelli a ripetere costantemente questa preghiera esprimendone in modo nuovo i contenuti per spiegarne il valore intrinseco.

Poichè dal punto di vista dell’orchestrazione per tutto l’oratorio l’organo rappresenta in qualche modo il divino e tutti gli altri strumenti la sua emanazione nella creazione, mi è sembrato logico far accompagnare la Preghiera del Signore esclusivamente dall’organo. Per una considerazione simile la precedente personalissima preghiera di San Francesco a San Damiano viene eseguita soltanto dalla voce.

Durante la composizione del Padre Nostro avevo spesso un’immagine davanti agli occhi: un’anziana signora di uno dei piccoli paesi della Val Maggia che recita il rosario. Un rito. A causa del suo da fare quotidiano non ha la calma per concentrarsi sulle parole. Nonostante questo, esso ha effetto su di lei a causa del potere rituale e delle parole stesse. Lei ne coglie il senso senza capirle. Il pezzo lo composi allora all’organo a Gordevio e ci giostrai fino a che ebbi la sensazione di avere ottenuto un briciolo dello splendore divino all’interno della chiesa. Volevo che la mia anziana signora senza nessuna erudizione musicale e senza nessuna conoscenza di base potesse cogliere qualcosa dello splendore e della gloria di questa preghiera.

 

 

SALUTATIO VIRTUTUM

 

S.Fr. scrisse questo testo non in volgare, come il cantico, ma in latino. Poiché, secondo Tommaso di Celano, non era particolarmente bravo in latino, nasce il sospetto che attraverso un innalzamento formale volesse conferire al testo una particolare enfasi. Egli vi rappresenta sei virtù che suddivide in 3 coppie; quindi tre virtù cardinali con le loro relative analoghe.

 

Nel primo verso saluta con „Ave“ la „regina“ di tutte le virtù: la saggezza, il sapere. (Ave regina sapientia) PS: Di nuovo questa affinità con Tommaso d’Aquino!! La sorella della saggezza è la Simplicitate. Questo è vero sia sul piano pratico che su quello filosofico e religioso. Quanto più praticamente capiamo una cosa, tanto più facile ci risulta, e quanta più saggezza o sapere acquisiamo, tanto più facile sarà per noi dare forma alla nostra esistenza e guardare con semplicità la nostra vita. Questo già insegnano alcuni filosofi greci prima di San Francesco e ugualmente viene dimostrato sia nel vecchio che nel nuovo testamento. Interessante in questo contesto trovo che contrariamente ai greci dopo Pitagora, che consideravano l’amico come immagine speculare di una relazione di parentela – poiché questi viene scelto liberamente e non assegnato dal destino – San Francesco, qui come nel Cantico, considera il vincolo fraterno come il più grande dei legami.  


La virtù cardinale del secondo verso è la povertà. Certamente per San Francesco uno degli aspetti più importanti della vita in assoluto, in cui la povertà però deve essere ottenuta non solo nell’esistenza materiale ma anche in un atteggiamento spirituale. Per questo la sorella della povertà è l’umiltà, la semplicità. Dal punto di vista musicale ho conferito a questo verso una specie di felicità popolare; poiché la povertà in senso francescano non ha niente a che fare con l’indegnità, bensì è una felice liberazione dai fardelli e dalle costrizioni materiali. I frati minori mostrano felici la loro povertà al popolo attraverso la raccolta di elemosine e il detto popolare non li contraddice: „i soldi non fanno la felicità“. Il popolo è sempre e dovunque povero, ma non per questo più infelice; esso è piuttosto trattato più ingiustamente dei benestanti.   

  

Nel terzo verso la Caritas (la misericordia, l’amore per il prossimo) viene accoppiata con l’ubbidienza. La parentela tra queste due virtù non ci appare così chiara come per le coppie dei versi precedenti. Io credo che qui ci sia un parallelo, forse addirittura un riferimento voluto alla predica dalla Montagna, perché l’osservanza dei comandamenti porta in sé l’amore per il prossimo. In questo vedo una logica intrinseca perchè chi ubbidisce ai comandamenti, diventa indubbiamente un uomo misericordioso.

 

Il quarto verso dice chiaramente che queste sei virtù conducono a Dio e da Lui hanno origine (a quo proceditis et venitis). Per gli stessi motivi della Preghiera del Signore accompagno questo verso potente esclusivamente con l’organo.

Mi sembra interessante il fatto che nei primi quattro versi la fede come virtù non compare. A questo, secondo me, c’è solo una spiegazione: San Francesco vede in queste virtù la volontà di Dio che l’uomo, a sua volta, con la sua stessa volontà può seguire oppure no. Ma la fede invece è un regalo di cui l’uomo non può appropriarsi volontariamente, neanche se con le migliori intenzioni. Questo significa che un uomo virtuoso non è necessariamente anche un credente, ponendo così le virtù al di sopra della fede.

 

Il quinto verso, che dice che nessuno conquista anche solo una virtù senza prima morire, è in qualche modo sorprendente. Si direbbe quasi che fa riferimento a vecchi miti in cui l’eroe sconfiggendo draghi o simili andando come attraverso la morte viene iniziato alla sua eroicità. Anche Cristo del resto viene tentato nel deserto. Personalmente credo che San Francesco non intenda niente di tutto questo: egli si riferisce piuttosto al semplice ricordo del suo percorso da figlio di genitori ricchi a frate minore.

 

Nell’ultimo verso fa riferimento al rapporto tra tutte le sei virtù. Esse non sono relazionate tra loro solo in quanto fratello e sorella, ma ogni singola virtù implica anche tutte le altre: “Qui unam habet et alias non offendit, omnes habet. E qui unam offendit, nullam habet et omnes offendit”. Semplicità, povertà, umiltà e carità costituiscono un insieme evidente illuminante. A queste si aggiunge la saggezza perchè è tramite lei che si arriva alle altre e viceversa queste portano alla saggezza. Perciò questa è anche la „regina“ di tutte le virtù. Alla fine l’ubbidienza si unisce a tutte, perchè nell’osservanza del Vangelo in generale o specificamente nella Predica dalla Montagna questa sta naturalmente in contatto diretto con tutte le altre virtù.

Il Salutatio Virtutum ha qualcosa di ermetico in sé ed è come una risposta o un codice comportamentale dell’uomo sulla conoscenza dell’influenza divino nel Cantico delle Creature. Così termino anche questa composizione come il Cantico col saluto francescano: „pace e bene“.        

 

                                        

 

                                                                                                              

 

   

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