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THomas Fortmann
Da tempo residente in Italia, il compositore svizzero si mostra a suo agio tra generi musicali diversi, dal rock degli esordi alla musica classica contemporanea al jazz alla musica sacra.
Quando era ancora ragazzo, lei ha inciso Israel una canzone rock diventata un grande successo internazionale. In seguito ha abbandonato il rock per dedicarsi a tempo pieno alla composizione di musica classica contemporanea, jazz e sacra. Che cosa pensa delle diverse fasi, dei mutamenti nella sua attività musicale, dall’inizio ad oggi ?
Trovo abbastanza normale che un ragazzo di sedici anni s’interessi alla musica leggera della sua epoca, nel mio caso il rock. Invece, non trovo normale che tanti miei ex-colleghi, dopo 20 o 30 anni, facciano ancora la stessa musica, come succede a Paul McCartney a Elton John, ai Rolling Stones. A me é sempre stato chiaro che il rock sarebbe stato solo un momento nella mia vita, e che invece avrei seguito lo sviluppo dei miei interessi musicali e di compositore. Sapevo di aver bisogno di uno studio della strumentazione e delle tecniche compositive molto più approfondito, per capire lo sviluppo della nostra storia musicale fino ai nostri giorni e per esprimermi come desideravo. Il mio interesse per la musica sacra nasce dal mio entusiasmo per San Francesco. Ciò ha avuto due effetti: da un lato ho potuto abbandonare a cuor leggero tutte le comodità economiche che il rock mi offriva, dall’altro le mie prime esperienze nella musica classica sono state composizioni di carattere sacro.
Nella sua pluralità di esperienze, non ha mai avvertito il pericolo dell’eclettismo artistico come distrazione, come fuga ?
Non starebbe a me rispondere a questa domanda, bensì a chi ascolta la mia musica. Credo di avere una personalità artistica abbastanza definita, anche perché la mia formazione musicale si è sviluppata in maniera essenzialmente autonoma, senza subire alcuna influenza di tipo eccessivamente accademico e scolastico. Immaginiamo un ragazzo di 20 anni che studia composizione con un Hindemith: la sua personalità ed indipendenza potrà mai distaccarsi dall’influenza di tale maestro? Personalmente non abbandono il mio concetto primario alla base delle mie composizioni: il momento melodico deve essere forte. Qui la scuola della musica leggera mi è stata utilissima.
Quali sono stati i suoi punti di riferimento artistici e le influenze nella sua formazione di compositore ?
Nella fase rock erano i gruppi progressivi come Procol Harum, Colosseum, CCS di Alexis Korner etc. Fu una grande emozione per me incontrare in studio Alexis Korner che registrava un mio brano. Poi la fase romantica, cioè Wagner. Ho studiato approfonditamente la sua opera. Poi Stravinsky, Hindemith, Messiaen, etc. In conclusione, adoro tutta la musica classica, ma soprattutto quella del 20mo secolo.
Parliamo della musica contemporanea. Lei è conosciuto e apprezzato anche oltreoceano. Quali differenze riscontra tra la scena musicale americana e quella europea ?
Gli americani in qualche maniera sono più aperti. Noi europei siamo molto condizionati dalla nuova scuola viennese, nonostante che i più importanti compositori moderni non appartenevano a questo gruppo e la pensavano in modo del tutto differente, ma la dodecafonia, e in seguito la serialità, hanno parametri chiari, cosa che piace molto agli accademici nei conservatori e nelle scuole di musica. Per intenderci, anche a me piace fare musica con tutte le dodici note, ma non necessariamente nel limitato sistema della dodecafonia. Gli americani sono meno condizionati. Un artista come Leonard Bernstein, compositore che scrive dal musical leggero fino alla sinfonia più fantastica e complessa, e questo sempre con una grande maestria, è difficilmente immaginabile in Europa, ad eccezione magari di Kurt Weill, che del resto ha vissuto in America. Dall’altra parte gli americani, dopo la seconda guerra mondiale, non si sono resi conto che in pratica tutti grandi artisti (Bartòk, Milhaud etc.), e soprattutto quelli tedeschi, (Schoenberg, Thomas Mann, Eisler etc.), erano emigrati nel loro paese, e non avendoli opportunamente valorizzati e supportati, li hanno persi, fatta eccezione per Stravinsky.
Strictly Off Limits è il suo ultimo disco con brani originali e alcune celebri songs di Frank Zappa da lei rivisitate mantenendo però intatto il pathos e l’energia degli originali. Come è nato questo nuovo progetto?
Alcuni dei brani del mio ultimo lavoro rappresentano un omaggio all’opera di Frank Zappa che ho conosciuto negli anni settanta. Fin dal primo incontro abbiamo parlato soprattutto di composizione, di come il rock, con la sua componente decisamente commerciale, fosse troppo restrittivo per la composizione, e la musica classica contemporanea, con la sua rigida “organizzazione dei materiali” troppo mono-dimensionale e noiosa. Dal rock siamo entrambi scivolati sempre di più sul terreno della musica classica contemporanea anche se le nostre esplorazioni si sono sviluppate differentemente per via delle nostre origini diverse; Frank Zappa è in tutto e per tutto un compositore americano: rock, Bernstein, California e Steve Reich. Io, invece, sono legato ad un certo intellettualismo europeo. La maggior parte del mio lavoro ha forme complesse sebbene non sia mia intenzione creare strutture sonore pure. Comunque, sia io che Frank Zappa, abbiamo trattato la complessità della musica contemporanea e dunque raggiunto un’espressività che ha sa comunicare e catturare fin da subito l’attenzione dell’ascoltatore. Tutto questo è presente in Strictly OFF limits
Tango Catolico, un classical hit internazionale di qualche anno fa, è senz’altro uno dei suoi dischi più conosciuti. La musica sudamericana è la matrice da cui si sviluppa tutto….
No, è il punto d’arrivo. In realtà la composizione inizia in modo assolutamente lontano dal tango, anzi, é molto europea, con una seria di note ed intervalli dodecafonici. Poi, ritmicamente, col tempo, trova un incrocio fra un ragtime e un tango che, se ricordo bene, si sviluppa in 36 possibilità ritmiche. Solo nelle ultime battute arriva alla pura forma del tango argentino. In effetti, questo è proprio ciò che è successo nella storia del tango: due ritmi importati da Cuba, sovrapposti ed incrociati nelle sale malfamate di Buenos Aires, per poi affermarsi nelle sale di concerti di Parigi. Per il tango l’Europa ha fatto tanto almeno quanto l’Argentina!
Rispetto al panorama musicale internazionale, pensa che negli ultimi anni si sia verificato qualche cambiamento nel suo discorso artistico, per l’intervento di nuovi elementi culturali o il raggiungimento di nuovi punti di vista compositivi ed estetici?
A dire il vero io seguo la mia strada e la mia crescita interiore personale. Vi sono fenomeni anche interessanti nel panorama internazionale, alcuni anche straordinari come Penderecki, ma io perseguo la mia visione estetica.
E’ imminente l’uscita di due nuove composizioni, Il Requiem e I Guerrrieri della notte. Può parlarcene ?
Il Requiem è una composizione di una decina di anni fa a cui tutt’ora sono molto legato. Quella in uscita è una riedizione. Trovo che sia un pezzo abbastanza riuscito sia dal punto di vista formale - la struttura compositiva è molto complessa - che dal punto di vista espressivo, che non soffre di questa complessità. Inoltre, trovo che si fonda bene con il testo nella sua drammaticità. I Guerrieri della notte. invece, è un pezzo per due pianoforti e batteria. Parte dall’amicizia e la stima che ho per Daniel Spoerri e per le sue opere. Per elaborare questa mia nuova composizione ho unito il mio antico interesse per la numerologia ad un suo particolare lavoro, 13 bronzi con lo stesso titolo. La struttura formale è assolutamente di tipo classico ma ho cercato di trasmettere l‘espressività e l’energia che è alla base del fenomeno rock. Questo concetto che ho iniziato insieme con il pianista Carlo Alessandro Lapegna in Strictly OFF Limits, diventa maturo ora nei Guerrieri.
Nel 2008 verrà rappresentato ad Assisi il suo Oratorio Francescano. Ce ne può anticipare i contenuti essenziali ?
La composizione nasce in un periodo di cambiamento radicale nella mia vita che coincide con l’abbandono della musica rock col suo stile di vita “lussuosamente allegro”. Mi sono imbattuto nel patrimonio ideologico di Francesco d’Assisi con un tal entusiasmo che per un lungo periodo ho anche cercato di vivere nel modo più concreto possibile nella sua imitazione nelle valli e tra i monti del Ticino. Questa felice esperienza si è inserita istintivamente nella mia musica. Ora, dopo venticinque anni torno a occuparmi nuovamente dell’Oratorio. La mia intenzione non è quella di migliorarlo, in quanto oggi non ho più quell’intensità di sentimento che allora mi legava a San Francesco e che trova espressione nella forza della composizione stessa. Credo tuttavia che l’esperienza acquisita fino ad oggi, come anche l’ampliamento dell’orchestra, possa completare l’opera. Durante questa rielaborazione sono stato attento però a non intaccare o perdere quella semplicità che si presenta anche musicalmente come ingenuità positiva e che in ultima analisi costituisce proprio la lode, la laude, e dunque la realtà dell’opera stessa. Semplicità e bellezza sono i tratti distintivi già nel testo del Cantico. San Francesco riconosce tutta la grandezza del Creato, lo splendore Divino nella bellezza insita in ogni creatura. |